Le porte

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Le porte in periodo Romano:

La Porta di Augusto, più nota come Arco d’Augusto, e l’altra che si apre a ovest lungo le mura “della Mandria”, sono le uniche porte urbiche superstiti.
E’ da supporre che non fossero le sole che si aprivano nella cinta difensiva augustea per mettere in comunicazione l’abitato col territorio e viceversa.
Almeno altre due, sostanzialmente simmetriche rispetto a quelle conservatesi, l’una lungo la poligonale difensiva sud e l’altra, prossima al mare all’estremità est del decumano massimo, sono giustamente ipotizzabili in base ad elementi storico-topografici.
Ancora alla fine del secolo scorso l’attuale via Garibaldi era denominata via “della Posterna”, chiaro riferimento toponomastico alla presenza, in questo settore, di una porta (posterna = posterula = piccola porta), mentre nel medioevo e nel rinascimento esisteva, in corrispondenza dell’estremo est del decumano massimo, l’attuale via Arco d’Augusto, un passaggio che conduceva al mare denominato Porta San Giorgio.
E’ probabile pertanto che solo quattro fossero le porte che si aprivano nel circuito fortificato, peraltro più che sufficienti a consentire agevoli collegamenti tra territorio e città. Ancora quattro erano nel ‘300.

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Alle due porte che si aprivano alle estremità del decumano massimo, non facevano riscontro, come sarebbe da aspettarsi, altre due alle estremità del cardo massimo, dato che le mura esistenti nel lato nord non presentano alcuna apertura; analoga doveva essere la situazione a sud nel punto diametralmente opposto.

Del resto se teniamo conto delle limitate dimensioni della città e della particolare sua ubicazione lungo la costa, si può ritenere che altre aperture oltre a quelle descritte, sarebbero risultate superflue.
La porta d’Augusto metteva in comunicazione la città con la valle del Metauro e, tramite la consolare Flaminia che vi scorreva, con il versante tirrenico; le altre due a ovest e a sud, erano sufficienti per i collegamenti con Ariminum l’una, con Sena Gallica ed il Piceno l’altra; quella posta ad est consentiva agevoli collegamenti con il mare.

PORTA D’AUGUSTO

IMP. CAESAR DIVI F. AUGUSTUS PONTIFEX MAXIMUS COS XIII TRIBUNICIA POTESTAS XXXII
IMP. XXVI PATER PATRIAE MURUM DEDIT

Questa iscrizione ricavata a grandi lettere scavate nella pietra in cui dovevano alloggiare lettere di bronzo dorato (restano i fori in cui erano inserite le grappe), si svolge sulla prima trabeazione della principale delle porte che si aprivano lungo il perimetro delle mura, più nota come Arco d’Augusto.

Restituita in italiano così suona: “L’Imperatore Cesare Augusto figlio del Divo (Giulio Cesare), Pontefice Massimo, Console XIII volte, Tribuno 32 volte, Imperatore 26 volte, Padre della Patria, edificò le mura”.

I precisi riferimenti cronologici che l’iscrizione contiene (tenendo conto che le acclamazioni imperatorie, per un probabile errore, non sono 26 bensì 16), come l’anno 32 del tribunato di Augusto, consentono di datarla insieme alle mura al 9-10 d.C

La porta, monumentale ingresso a Fano della consolare Flaminia, era in origine costituita da due corpi: quello di base ben conservato, ed un altro (attico) ad esso sovrastante andato quasi totalmente perduto.
Il corpo di base è realizzato con due paramenti esterni in blocchi di calcare bianco proveniente dalle cave del vicino appennino, disposti in accurate file secondo la tecnica isodomica, che racchiudono un poderoso nucleo in blocchi di arenaria locale gialla, disposti anch’essi in filari regolari visibili negli intradossi del fornice centrale.
Il rivestimento calcareo del prospetto interno fu asportato nel medioevo e riutilizzazto in altre costruzioni (vie è oggi murata una lapide vedi Deli Vol. X NSF). Nel corpo di base si aprivano tre fornici di cui quello centrale, molto più grande dei laterali oggi non praticabili) segna l’inizio del decumano massimo che con percorso diretto verso il mare divideva la città in due parti uguali. I due laterali immettevano probabilmente in due portici che si affacciavano, almeno per un tratto, sul decumano. L’archivolto del fornice centrale presenta una fenditura passante che doveva servire per farvi scorrere la porta (cataracta) che sollevata scompariva nell’attico.

Fino al 1463, quando le artiglierie di Federico da Montefeltro abbatterono la parte superiore, il monumento era rimasto integro. L’ordine superiore era costituito da un attico porticato in cui si aprivano sette finestre arcuate separate da otto semicolonne; oggi si conserva il piano di posa delle colonne (stilobate), una semicolonna integra ben conservata ed altre frammentate insieme ad un intero elemento di balaustra.

Sulla fescia mediana dell’architrave figurava una epigrafe, appostavi molto più tardi, intorno agli anni 337-339 d.C., alla memoria dell’imperatore Costantino: DIVO AUGUSTO PIO COSTANTINO PATRI DOMINORUM (al Divo Costantino Augusto Pio Padre dei Sovrani).
Possiamo ricavare questi elementi dalla raffigurazione a bassorilevo della porta esistente nella facciata della vicina chiesa di San Michele realizzata nel ‘500 con materiale proveniente dal monumento romano fra cui spicca un frammento dell’epigrafe costantiniana.
Risale allo stesso periodo anche l’epigrafe incisa sulla fascia mediana dell’architrave del corpo della porta che così recita: CURANTE L(ucio) TURCIO APRONIANI PRAEF(ecti) URB(i) FIL(io) ASTERIO V(iro) C(laro) CORR(ectore) FLAM(iniae) ET PICENI (a cura di Lucio Turcio Secondo Asterio figlio di Aproniano Prefetto di Roma uomo illustre, correttore della Flaminia e del Piceno).

Un accurato studio della porta ha consentito di stabilire come essa sia stata progettata in base a schemi modulari ben precisi.
Il prospetto integrato dall’ordine supoeriore e dalla parte basale occultata per 1,50 m. dal più elevato piano stradale attuale, risulta essere un quadrato di 60 piedi di lato, pari a m. 18 circa.
Le due diagonali si dimezzano esattamente al centro della chiave di volta del fornice centrale che poertanto risulta essere il centro del monumento.
A proposito della raffigurazione che essa reca, protome di elefante, toro o leone i pareri sono discordi essendo quasi completamente, forse con intenzione obliterata, ora reca incise tre piccole croci. La porta accuratamente elaborata e realizzata con estrema ricercatezza era fiancheggiata da due torrioni con pianta a ferro di cavallo: di essi si conserva quello di sinistra molto rimaneggiato, mentre di quello di destra, demolito per far posto alla chiesa di San Michele, restano solo le fondazioni.

Moltissimi sono gli elementi stilistici comuni ad altre porte coeve come quella di Spello (Porta ?), di Aosta (Porta Pretoria), e di Autun (Porta St. Andrè e Porta di Arroux).

PORTA DELLA MANDRIA

Se in riferimento alla sua ubicazione geografica questa si può definire “porta ovest”, per la funzione che doveva assolvere, cioè quella di consentire alla Flaminia di uscire dalla città per dirigersi a nord e per San Biagio, Roncosambaccio e Trebbiantico raggiungere Pisaurum, essa potrebbe definirsi più propriamente “porta Pesaro”.

Scampata, anche se soltanto in parte, agli abbattimenti antichi e poi a quelli recenti ancor più devastanti, la porta si apre a metà di un(a) interturrio nel tratto di mura detto “della Mandria” dalle quali prende il nome, dietro al monumento ai Caduti.
Essa è venuta alla luce nel 1925 durante uno dei tentativi, per fortuna scongiurati, di demolizione delle mura.
Integra fin circa all’imposta dell’arco, realizzata in blocchi parallelepipedi di arenaria secondo la tecnica dell’opus quadratum, è nella parte superiore frutto di un accurato restauro realizzato recuperando i massi superstiti, ricollocati , con le dovute integrazioni a mattoni, nella posizione originaria. “risulta che la porta romana è stata costruita secondo un preciso progetto basato sulla disposizione simmetrica delle varie componenti

Essa è larga verso l’esterno esattamente m. 3,56 (12 piedi) e nella parte interna m. 4,15 (14 piedi).
La profondità è di m.2,67 (9 piedi).
L’altezza del passaggio fino all’imposta dell’arco è di m. 3,56 (12 piedi), ed in totale è di m. 5,35 (18 piedi).
Il rapporto tra larghezza ed altezza è quindi di 1/1,5″.Il percorso stradale in asse con questa porta, individuato anche dalla presenza del sottostante condotto fognario, risultava del tutto anomalo rispetto all’impianto urbano a scacchiera.

Le porte nel periodo Malatestiano

Al momento della unificazione nazionale (1861) Fano, ancora chiusa entro la cerchia delle sua antiche mura, disponeva di quattro porte: porta Maggiore (ribattezzata porta Mazzini – 1° da sx), porta S.Leonardo (ribattezzata porta Cavour – 2° da sx), porta Giulia (ribattezzata porta Vittorio Emanuele – 3° da sx) e porta Marina (ribattezzata porta Garibaldi 4° da sx).

La prima, eretta in epoca medievale, quando la città crebbe oltre la cinta delle antiche mura romane e della monumentale porta di Augusto e ricostruita poi da Matteo Nuti dopo l’assedio del 1463, esiste ancora oggi, ridotta allo stato di rudere dopo il terremoto del 1930 e separata dall’adiacente bastione scarpato trasformato nel giardino del cosiddetto Pincio. Totalmente scomparse, invece, sono le altre tre porte.

Quella di S.Leonardo, posta all’uscita meridionale della cosiddetta ‘addizione malatestiana’, fu abbattuta nel 1912, insieme con il lungo tratto di mura malatestiane che, partendo dalla stessa, si estendevano fino a porta Maggiore. Già in precedenza (1896) era scomparso il tratto di mura coeve che, sempre da porta S.Leonardo, si estendevano fino al bastione del Sangallo (unico tratto superstite quello allora utilizzato come parete di fondo dello sferisterio per il gioco del pallone al bracciale).

Ancora prima (1878) era stata demolita la cinquecentesca Porta Giulia (detta anche Angelica), sostituita all’uscita settentrionale della città dai due portici (pure essi oggi scomparsi) della barriera daziaria. Per ultima (1915) fu abbattuta porta Marina (già nota come porta Galera) in previsione dei lavori di risistemazione dei percorsi stradali collegati alla costruzione del cavalcaferrovia di viale Cesare Battisti, inaugurato nel 1919.

Si salvarono solo, dopo un tentativo di demolizione con mine e picconi, le mura Augustee, ritenute medievali, allorché invece riapparvero (1925) da sotto il posteriore terrapieno i resti della porta romana nota anche come porta della Mandria.